domenica 10 aprile 2016

Romanzi a New York #113: Tre Stop a New York


Quello degli scrittori italiani che scrivono romanzi ambientati a New York è quasi una corrente letteraria, un mix di mito e fascinazione che ha aleggiato e continua ad aleggiare intorno a molti protagonisti della  narrativa italiana di ogni genere. Senza scavare troppo nel passato possiamo citare Giorgio Faletti, Fabio Volo, Claudia Durastanti, Antonio Monda, Francesco Pacifico e Elena Attala Perazzini, la protagonista del post di oggi.
L'autrice, classe 1968, è newyorkese d'adozione dal 1997 e nel suo curriculum c'è anche l'incarico di assistente della scrittrice Oriana Fallaci.
Tre Stop a New York esce nel 2009 e racconta le vite incrociate di Susana, una disperata di talento, che canta, spaccia, porta a spasso i cani e nel frattempo butta la sua vita tra un'occasione persa e un'altra. Poic'è Micky, immigrato clandestino, graffitaro (per dirla alla romana...) che le studia tutte per strappare una green card, ma la fregatura è dietro l'angolo e le cose non possono che precipitare. Infine c'è Benjamin, broker, gay, ex mormone, ricco, tutto non necessariamente in quest'ordine. In teoria manca un aggettivo: felice...
Le tre storie si rincorrono e, inevitabilmente, si intrecciano negli anni in cui il sindaco della Grande Mela era Rudolph Giuliani.
L'autrice, all'epoca anche manager di un ristorante, interagisce con i suoi personaggi e con la città. c'è tanta New york e tanti newyorkesi in tutto ciò, forse c'è n'è anche troppa. La cucina etnica, i locali rock, il New York Police Department, la Fashion Week, i grattacieli, la droga, Wall Street, l'immigrazione e non poteva mancare l'11 settembre. La sfida di non finire nel luogo comune, nelle atmosfere risapute è combattuta con buoni risultati anche se non sempre soddisfacenti, c'è qualche compiacimento narrativo di troppo, ma la prosa regge, ha buon ritmo e scandaglia bene, non solo topograficamente, le street e le avenue della città.
"Corre su Astoria Boulevard e sale al volo sulla linea R. Scende a Prince Street, attraversa Broadway, altri due isolati e ci siamo: Greene Street. La strada della paura. Quella busta piena sul bancone della cucina risolverebbe buona parte dei suoi problemi".
A New York tutto è "più". Più rapido, più intenso, più difficile, più emozionante e potremmo continuare all'infinito. Elena Attala Perazzini illumina i suoi tre protagonisti con la luce della narrazione, pronta ad accendersi sulla vita di molti cittadini di ogni parte del mondo. Ma a New York di più.
Tre Stop a New York, Elena Attala Perazzini, Barbera Editore, 2009

sabato 20 dicembre 2014

Digressioni # 8: Nino, Nanda e Francesco


Per la serie parliamo di me... è stato stampato a cura dall'Associazione "Gli Amici del Mare" il volume "Il Viaggio di chi non parte" che raccoglie i racconti brevi dell'omonimo concorso letterario, promosso in collaborazione con la Tirrenia Compagnia Italiana di Navigazione, che ha visto il mio testo "Nino, Nanda e Francesco" classificarsi al secondo posto. 
Il tema era il lavoro degli uomini di mare dal punto di vista di chi rimane ad aspettare.
Questo il testo del racconto, che ho piacere di condividere con chi segue il mio blog: 

"Nino, Nanda e Francesco"
di Francesco Argento

Napoli, 21 agosto 1962.

«Dai, Francesco, saluta a papà».
La nave Sardegna partirà in serata per Palermo e stavolta, dopo un lungo periodo di sbarco, si porta via Nino, il papà.
«Mi raccomando, non dare pensieri a mamma»
Sempre la stessa frase, che più che preoccupazione esprime certezza. La certezza di un lavoro.
Nino fa il Primo Cameriere dal 1957, un giorno spera di diventare Maestro di Casa. La divisa è impeccabile, con numerosi ritocchi sartoriali pagati di tasca propria a confermare un orgoglio di appartenenza alla Compagnia, un segno di rispetto, il cui costo non sempre è svelato alla moglie.
Il ragazzino, nove anni, si è già abituato alle assenze del genitore, meglio della mamma Nanda i cui segni di nervosismo sfociano in una terribile grattata tra prima e seconda al cambio della 600 bianca. E’ tempo di tornare a casa, sono le 19:00. A Francesco, seduto al centro del sedile posteriore, la salita di Via Brigata Bologna sembra più lunga del solito. La mente corre alla giacca di papà lasciata sull’attaccapanni e a quella preziosa manciata di monete che spesso ci trova nella tasca destra. In realtà Nino gliele lascia intenzionalmente, agevolando il piccolo furtarello del bambino.
«Non è educativo!» - gli avrà ripetuto decine di volte Nanda. A Nino la cosa sembrava tenera e divertente, quasi un rito propiziatorio al suo ritorno.
Alle 19 e 12 Francesco si avvicina alla giacca, ma accade qualcosa di imprevisto. Le monete cominciano a tintinnare da sole dentro la tasca della giacca del papà. Sempre più forte, sempre di più. Francesco è pietrificato.
«Francesco, dove sei? Dove sei ? Scappiamo! Il terremoto!».  In un attimo tutti in strada. La terra tremerà ancora, alle 19:21 e alle 19:45. Finalmente, passata la paura, si torna a casa. La mattina dopo chiama Nino, allarmato dalle notizie, ma a rispondere al telefono corre Francesco:
«Papà, ti giuro, non te le rubo più le monete, si muovevano da sole, facevano rumore, era terribile!»
«Stai tranquillo, è tutto a posto, l’importante è che state bene». E poi, al prossimo imbarco, Nino in tasca si “dimenticherà” una bella banconota da mille lire. Quella non fa rumore.

Il Viaggio di chi non parte, Associazione Amici del Mare, 2014

PS: con l'occasione, se avete ancora voglia di leggere qualche riga, ho pubblicato l'edizione annotata del mio racconto "La Luce sul lenzuolo" - la trovate qui - classificatosi al secondo posto nell'edizione 2011 del Premio Coppedé.

venerdì 21 novembre 2014

Romanzi a New York #112: Class

E’ evidente a tutti, soprattutto a quelli che frequentano questo blog, che il lettore abituale di romanzi ambientati a New York è una persona che subisce il fascino della città, a prescindere dal fatto che l’abbia mai visitata o meno. La seduzione che esercita New York City non è solo un fatto emozionale, molti di noi hanno sognato di viverci, alcuni ci sperano  ancora, altri lo desiderano per i propri figli. E questo non solo per le opportunità e per il loro futuro, ma per la speranza di farli vivere in una città che funziona, che stimola la mente, che dà energia, dove la sensazione di continua manutenzione delle piccole e grandi cose si tramuta in energia per le persone che ci vivono e ci lavorano.
Eppure esiste un lato oscuro di questo desiderio del "vado a vivere a New York", che a volte nasconde, neanche tanto velatamente, un “così vi faccio vedere di cosa sono capace”. Una zona d’ombra impersonata da una generazione velleitaria e al tempo stesso un po’ smidollata e raccontata alla perfezione da Francesco Pacifico, nato nel 1977,  in “Class”, suo ultimo romanzo edito da Mondadori. La storia è quella di due giovani sposi, Lorenzo e Ludovica, che lasciano Roma e la loro casa al Pigneto per trasferirsi a New York City. Lui, Lorenzo, dottorando in filosofia che di mestiere dichiara essere “film maker” dopo aver vinto un premio comunale con un cortometraggio, ottiene (grazie agli zii professori universitari...) una borsa di studio per gli States per tentare di mettere a frutto il presunto, molto presunto, talento di documentarista. Lei, Ludovica, ragazza sempre attiva, collaboratrice di società di consulenza, barista e dogsitter a tempo perso, la sua paga se l’è sempre guadagnata, ma per andare a vivere a New York, anche solo per qualche anno ci vuole molto di più. E, soprattutto, abbandona la libreria aperta dal padre nel bel quartiere romano di Trieste. E quindi i papà e le mamme dei due aprono borsa e portafogli e a suon di bonifici sostengono la sfida coniugale oltreoceano di questi due esponenti di una nuova generazione perduta, una Lost Generation il cui degrado non è la droga o l’alcol ma la velleità mai sorretta dalla sostanza, dal vero talento, ma neanche dal senso di responsabilità.
Pacifico mescola bene la tradizione del romanzo di famiglia tanto in voga nell'ottocento e i nuovi ritmi e linguaggi letterari della nuova scuola americana, quella di Jonathan Frantzen e David Foster Wallace per intenderci, e il sottotitolo del libro  “Vite infelici di romani Mantenuti a New York”, illuminante quanto impietoso, la dice lunga. I due ragazzi sono ragazzi “bene” ma non danno mai l’impressione di fare la cosa giusta, se non scegliere uno dei quartieri di New York più di tendenza dove andare a vivere, Williamsburg, più semplicemente “Willy” dove si mescolano giovani di tutte le estrazioni sociali, dove sotto casa c’è un negozio di vinili, un altro dove vendono e riparano le biciclette, mezzo ideale per le streets pianeggianti della zona. 
"Nel traffico scorrevole del ponte di Williamsburg la scriminatura tra Lower e Downtown Manhattan le si fa incontro col domino degli highrise marroni di Houston Street, e lascia intravedere i primi ristoranti cinesi e i murales sulle facciate senza finestre, in un giorno così "crisp" dice a sua madre nella conversazione immaginaria che non ha smesso per tutto il viaggio, mentre piagnucola, mom it's so crisp today, you'd love it, che tempo fa Ludo?, Oh it's gorgeous, mom". Ora anche la mamma parla inglese: Can yyou see the Gehry's Building from up there?"
Siamo nel regno dei wannabees tutti sognano, alcuni con vera convinzione, che in futuro saranno famosi in uno dei tanti campi che la città offre (questo sì, New York da la possibilità di essere famosi anche in settori e mestieri da noi pressoché sconosciuti). La frustrazione è dietro l’angolo, coperta dal velo di bonifici che arrivano da Roma. Lorenzo e Ludovica sono i neo-perdenti di lusso di questa generazione, sfigati superficiali e pretenziosi che finiscono travolti dalla realtà di un benessere mai guadagnato veramente e che, lentamente ma non troppo, svanisce e li mette di fronte alla loro umana inconsistenza.
Class, Francesco Pacifico, Mondadori, 2014

sabato 25 ottobre 2014

Romanzi a New York #111: In Cerca di Mr. Goodbar


Uno dei casi di omicidio più eclatanti della cronaca newyorkese è stato quello di Roseanne Quinn, qualificatissima insegnante in un college per sordomuti, che però nascondeva una doppia vita fatta di frequentazioni di single bar e di ripetute avventure sessuali con uomini che la maggioranza delle donne avrebbe definito rozzi e poco attraenti. Uno di questi, John Wayne Wilson,  invitato per la notte del primo dell'anno del 1973 da Roseanne nella sua casa al n. 253 west della 72esima strada, finì per ucciderla con 18 coltellate dopo essere stato umiliato per i suoi problemi d'erezione.
Storia torbida, che riempie le prime pagine di quegli anni in cui la liberazione sessuale e l'emancipazione femminile erano grandi temi d'attualità dei quali la città di New York ne scoprì il lato nero con la storia di Roseanne. Lato esplorato a fondo dalla scrittrice Judith Rossner (1935-2005) che nel 1975 scrisse In Cerca di Goodbar (Looking for Mr. Goodbar) ispirandosi alla tragica vicenda di Roseanne. "La storia di una donna che usa gli uomini come l'uomo usa le donne", questa la frase di lancio del volume, frase che contiene di tutto e di più: Il segno di un'epoca, sessismo, femminismo, e anche una furbesca morbosità.
La protagonista qui si chiama Terry Dunn, donna che sembra non avere segreti, di giorno insegnante e di notte famelica frequentatrice di bar per uomini (e donne) soli. Un personaggio che, per l'epoca, rovescia i tradizionali rapporti tra i sessi (oggi tra social network, siti di incontri e quant'altro questo discorso ha poco senso) scava nel desiderio femminile di una donna che vive in una grande metropoli quale New York dove era ed è facile scavare nel proprio inconscio sessuale e sentimentale, in luoghi dove a volte è difficile stabilire chi sia vittima e chi carnefice. 
Gli anni sono quelli della New York sporca, brutta e cattiva. Città del peccato e del malaffare e, qui quasi soprattutto, della marijuana. "Giunsero in Greene Street, una viuzza buia, equivoca e cosparsa di rifiuti, St. Marks Place cominciava ad essere troppo affollata per i suoi gusti, piena di marmocchi e di tipi strambi, e troppo sudicia" 
In questo vagare tra anime e corpi persi, la storia speranzosa e disperata di Terry viaggia e fa viaggiare il lettore verso l'ineluttabile, tragica, fine già raccontata dalla cronaca. La New York City dei seventies ruota intorno alla storia ma non seduce: "Attraversò il ponte della 155° strada, udendo di quando in quando un colpo di clacson o un fischio, ma ignorandoli, sentendosi offrire di quando in quando un passaggio e dicendo no automaticamente."
Il libro è pieno di luoghi, di locali, alcuni ancora riconoscibili oggi, altri scomparsi e questo lo rende un bel libro newyorkese da recuperare, così come il film che ne venne tratto nel 1976 con protagonisti Diane Keaton e un giovanissimo Richard Gere.
In Cerca di Goodbar, Judith Rossner, Mondadori, 1975


domenica 19 ottobre 2014

Romanzi a New York #110: I Milionari


Iniziamo da una osservazione. Nel 2002, quando uscì il suo I Milionari ("The Millionaires") Brad Meltzer, classe 1970,  era già un affermato autore di thriller e di fumetti (Green Arrow, Justice League of America), ma quando in Italia la Garzanti pubblicò il volume l'editore si guardò bene da fare riferimento alla sua attività fumettistica. Chissà, magari avevano paura che i potenziali lettori e lettrici avrebbero gridato allo scandalo di fronte a tanto ardire,... Cosa? Un autore di giornaletti che si "permette" di scrivere romanzi! 
In questo ultimo decennio le cose sono un pò cambiate. Tra film, libri, gadget e serie TV, i fumetti hanno portato vagoni di denaro all'industria dell'intrattenimento e questo è servito, guarda caso, anche a sdoganarli anche sotto l'aspetto critico e culturale.
Comunque se volete conoscere un pò meglio lo scrittore date uno sguardo al suo sito ufficiale (dove viene presentato come bestselling thriller writer e award winning comic book author). 
Venendo al nostro titolo, I Milionari, siamo di fronte a un financial thriller con protagonisti i fratelli Charlie e Oliver Caruso che lavorano presso la banca d'affari Greene & Greene, che non accetta clienti che hanno meno di due milioni di dollari. Un giorno si accorgono che c'è un conto dimenticato, nel quale giacciono TRE milioni di dollari che nessuno reclama e che nessuno reclamerà. Siamo nell'epoca delle prime grandi truffe tecnologiche e quindi i due pensano di avere le skills sufficienti per tentare il colpaccio con un fax da dirottare (...ora il fax chi lo usa più? come invecchia presto la tecnologia...). Il gioco del denaro facile descritto da Meltzer è in qualche modo premonitore, visti gli scandali finanziari degli ultimi anni e inoltre si addentra bene nei menadri della city finanziaria tra costruttori di grattacieli, banchieri senza scrupoli (a proposito viene sempre da chiedersi, anche in Italia, ma sono mai esistiti i banchieri CON gli scrupoli?). 
La Manhattan scintillante con intermezzi a Brooklyn (dove è nato lo scrittore, ndr) è il teatro dove i protagonisti si esibiscono (dimenticavo, c'è anche un viaggio a Miami). "Mentre l'autobus accosta vicino a un antico palazzo signorile all'angolo dell'Ottantesima Strada, faccio il numero del King Plaza Movie Theater di Brooklyn e schiaccio invio..."
Il libro ha ritmo. Giovani rampanti, belle donne e malavita non mancano come è giusto che sia in questo genere di romanzi, l'importante è che tutto sia narrato con efficacia ed equilibrio e Meltzer sa come si fa: "Abbiamo bisogno di un posto dove parlare. Un posto riservato. Tutti e tre nello stesso tempo guardiamo per terra e restiamo in silenzio. Siamo nella stessa pagina, sfogliamo un atlante mentale. "Che ne dite dello Yale Club" - Suggerisco io, scegliendo il nascondiglio preferito di Lapidus-"A me piace" dice Charlie, tranquillo, riservato e snob e represso quanto basta per essere capaci di tenere la bocca chiusa."
Recentemente il libro è stato riproposto in formato paperback e, a parte i riferimenti tecnologici all'epoca innovativi ed oggi quasi archeologici, è ancora una piacevole lettura per tutti, anche per quell come noi che hanno la disdicevole abitudine di leggere tanto i libri quanto i fumetti senza vergognarcene. 
Brad Meltzer, I Milionari, Garzanti, 2002

lunedì 6 ottobre 2014

Romanzi a New York #109: Un Albero Cresce a Brooklyn



Un Albero Cresce a Brooklyn è uno dei classici della letteratura americana del Novecento, per la sua importanza potremmo definirlo una sorta di "libro Cuore all'americana" visto il suo continuo uso nelle scuole degli Stati Uniti come testo scolastico.
Ambientato nell'estate del 1912 a Brooklyn ha come protagonista Francie Nolan, che vive lontano dalla grande metropoli visto che la sua casa è a Brooklyn, all’epoca luogo ad alta densità di famiglie di poveri immigrati. Lì nei pressi del suo cortile, le chiome di un albero, un albero che sfida il cemento, ripara dai raggi del solela casa dei Nolan. Insieme a suo fratello Neeley, Francie raccoglie pezzi di stagnola che si trovano nei pacchetti di sigarette e nelle gomme da masticare, stracci, carta, pezzi di metallo e li vende in cambio di qualche centesimo. E' - quasi - un racconto autobiografico in cui l'autrice, Betty Smith (1896-1972), ci presenta il mondo visto dal quartiere di Williamsburg attraverso l'infanzia ed il punto di vista di una bambina dagli 11 anni che ha all’inizio della storia sino a 16 anni nel periodo immediatamente precedente la Prima Guerra Mondiale.
Francie è dotata di una capacità riflessiva e descrittiva straordinaria, figlia dell'irlandese Johnny e dell'austro-americana Katie Rommelly. 
Il lettore è accompagnato per mano nelle vicende di vita familiare, seguendo i pensieri dell'adolescente..
Insieme a Francie, si passeggia per le vie di Brooklyn,  si incontrano altri coetanei che vivono la sua stessa condizione disagiata m,a affrontata con speraza e dignità, e conosciamo anche adulti insoddisfatti, affaccendati ma anche sfaccendati.
"Tornò a casa passando da Graham Avenue, la strada del ghetto. Era eccitata dalla vista dei piccoli carretti, ognuno dei quali era come un magazzino in miniatura, che riempivano la strada, dagli ebrei gesticolanti e dall’odore particolare di quel rione: l’odore di pesce fritto, pane di segala acido appena uscito dal forno e qualcosa che ricordava l’odore del miele bollente”.
Francie è una bimba sensibile e delicata, non solo nel corpo magro, ma soprattutto nell’anima. Mai invidiosa, riflessiva ma dotata di un carattere forte, che le consente anche di volare alto sulle preferenze che la mamma mostra verso il figlio maschio.
La mentalità puritana e bacchettona dell’epoca emerge con prepotenza in molti passaggi del romanzo e il sogno di diventare scrittrice suona ardito in molti coprotagonisti della storia, ma lei, come quell’albero capace di crescere rigoglioso tra i marciapidei l suo sogno infatti è di diventare scrittrice e dimostra, crescendo, di avere le basi caratteriali giuste per combattere e non restare nell'ignoranza, nella "povertà umana e sociale" che caratterizza la gente del suo stesso ceto sociale; la ragazzina sfrutta quindi tutta la sua intelligenza e creatività per emergere.
Non sarà sempre facile; a volte qualcuno la scoraggerà, criticando e disprezzando le sue storie troppo realistiche, troppo vere, che fotografano con le parole la povertà, il disagio, la disoccupazione, la disperazione, l’alcolismo... ma ogni critica, ogni ostacolo sarà stimolo per crescere, non solo fisicamente, e sentirsi come una pianta sempre più solida e robusta, per innalzare i suoi rami fino al cielo, proprio come l'albero capace di crescere rigoglioso tra i fabbricati di Brooklyn.
Un Albero Cresce a Brooklyn è un libro che non dovrebbe mai mancare in una biblioteca newyorkese, anche se New York City non ne esce benissimo: “In secondo luogo New York era una disillusione. Certamente le case erano molto più alte e cp’era molta più gente nelle strade, ma. a parte ciò, tutto era esattamente come a Brooklyn, a tal punto che Francie si chiedeva se tutte le cose nuove l’avrebbero delusa allo stesso modo.”
Ma qual è l'albero che dà il titolo al romanzo? E' l'Ailanto, una pianta molto letteraria, che apparirà in altri "romanzi a Brooklyn", alcuni già recensiti come "Eremita a Parigi", "Danny l'Eletto" e "La Fortezza della Solitudine".
L'edizione raffigurata è quella degli anni 70, uscita per Mondadori, l'editore che nel 1947 propose per  primo il libro in Italia, ma recentemente, nel 2010, è stato riproposto da Neri Pozza Editore.
Un Albero Cresce a Brooklyn, Betty Smith, Neri Pozza Editore, 2010

sabato 27 settembre 2014

Romanzi a New York #108: Il Grand'Uomo


Che sia possibile, partendo da una recensione su questo blog, riscoprire un libro dimenticato è cosa normale, anzi è una delle mission dichiarate. Ma che il post sia uno spunto straordinario per riscoprire oltre al libro anche uno scrittore, un film, un regista-attore e una cantante, tutti finiti ingiustamente quasi nel dimenticatoio è cosa meno ovvia. Ma andiamo per ordine. 
Il libro: Il Grand'Uomo (The Great Man), anno 1955, è uno dei primi, sicuramente il migliore di quegli anni, che mette al centro della trama il mondo della televisione (e della radio), con le sue corruzioni, le lotte intestine, serrate e feroci, gli accordi sottobanco tra le varie emittenti e i grandi studi di produzione. Protagonista è Herb Fuller, creato - si narra - a immagine di Arthur Godfrey, che dietro le sue buone maniere, i modi affabili, il sorriso stampato, nasconde il vizio, la prepotenza  e la smodata ambizione da diventare un protagonista-imbonitore da milioni di spettatori. E su tutto c'è New York, fotografata da Al Morgan in quella metà degli Anni 50, uno dei periodi più affascinanti della città e della storia d'America. "Sono nel mio ufficio al nono piano dell'Amalgamated Building. Si sta facendo buio. Se mi volto a guardare dalla finestra che mi sta alle spalle vedo il sole che scompare dietro l'RCA Building."
Lo scrittore: Al Morgan (1920-2011), produttore, sceneggiatore, grande esperto di comunicazione, il suo Grand'Uomo è stato paragonato al film Citizen Kane di Orson Welles, e tanto può bastare. Interprete consapevole del cinismo e della spietatezza che caratterizza il dietro delle quinte degli studi radiotelevisivi, ha trasformato in maniera magistrale le sue esperienze in un romanzo che, mai come oggi, è stato piacevole riscoprire: "Le dieci e venticinque, un magnifico momento a New York. Quelli  che usano la città come officina, sono tornati ai loro letti nel Queens, Westchester e Connecticut. I teatri non si sono ancora vuotati e la folla che si diverte non ha ancora cominciato il giro dei locali notturni. Alle dieci e venticinque le strade sono piene di gente meracigliosamente sfaccendata."
Il Film, il regista, l'attore: Da The Great Man viene tratto nel 1956 il film omonimo, diretto e interpretato da Josè Ferrer (1912-1992), di origini portoricane e uno dei protagonisti più dimenticati di Hollywood, premio oscar nel 1952 per il suo Cyrano de Bergerac. The Great Man. rimasto purtroppo inedito in Italia, ci fa vedere in alcune sequenze una New York in bianco e nero da pelle d'oca. Le riprese esterne non sono molte, ma valgono la pena di guardarle su YouTube. Se poi avete pazienza e siete sensibili al New York Style, non disprezzerete neanche gli arredi delle molte scene in studio.
La cantante: nel libro c'è molto jazz, se ne parla, si ascolta alla radio, si mette sul giradischi. Nel film, tra le protagoniste, c'è Julie London. Beh, riscopriamola e riascoltiamola.
Il Grand'Uomo, Al Morgan, Longanesi e C., 1956

mercoledì 27 agosto 2014

Romanzi a New York #107: Brooklyn è


Oramai Brooklyn è una tappa irrinunciabile per chi va in vacanza a New York: rassegne cinematografiche sui tetti, ristoranti rinomati, pasticcerie da sballo calorico e visivo, quartieri prestati perennemente al cinema, prezzi delle case in continua ascesa e una gentrification o borghesizzazione delle strade che dir si voglia in continua evoluzione. E' normale, prevedibile, che anche l'editoria si accorgesse del fermento che c'è intorno al distretto. Tra i titoli più interessanti sull'argomento c'è Brooklyn è (Agee's Brooklyn) di James Agee (1909-1955) che ripropone un reportage letterario realizzato dall'autore nel 1939 e pubblicato per la prima volta solo nel 1968. Lo scrittore vagabonda per le strade di Brooklyn cogliendone l'essenza dal basso, girando per i quartieri, soffermandosi nei luoghi più popolari. Agee scruta i quartieri, li commenta anche sotto l'aspetto architettonico e la fa in un modo tutto suo, quasi poetico: "Park Slope: I potenti reggimenti di case post-casermoni di pietra grigia con bovindo e le grandi ville isolate, che se ne stanno tra alberi maturi con il loro aspetto chiuso e sprangato e i singolari silenzi della Parigi borghese".
La scrittura non è sempre scorrevole, ma questo non suoni come una critica, la spigolosità, il ritmo a volte da invettiva è una caratteristica dell'autore, a volte ricercato nella scelta delle parole (il traduttore, Luca Fontana, avrà avuto il suo bel da fare).
E' una lettura che ci consente di scoprire una Brooklyn precedente a quella modaiola di oggi, ci fa respirare con taglio letterario tra il lirico e il giornalistico l'aria di quelle strade e ci porta dentro l'anima dei personaggi che le frequentano. "Questi, i malati, i privi di sensi o i fecondi, i sani, i giovani, i viventi e i morti, gli edifici, le strade, le finestre a piccionaia delle corsie, le aule letali delle scuole, le fabbriche affumicate e sibilanti, gli uccelli spietati, gli animali. Questi sono gli abitanti di Brooklyn".
Dopo l'ultima pagina ci si rende conto di aver letto un cantico neo-moderno dedicato a Brooklyn, intenso, da leggere con attenzione, con le pagine da osservare così come le ha osservate lo scrittore Jonathan Lethem, che ben conosciamo, nella sua breve e preziosa prefazione.
Brooklyn è, James Agee, Il Saggiatore, 2014