lunedì 23 febbraio 2026

Romanzi a New York #117: Brooklyn è


Nel 1939 la rivista Fortune commissiona a James Agee un articolo su Brooklyn e i suoi abitanti. Il testperò rimane inedito sino al 1968, quando ricompare su Esquire con il titolo Southeast of the Island:Travel NotesAgee, originario del Tennessee, nel frattempo di carriera ne ha fatta parecchia, nel 1958 vince il premio Pulitzer per la narrativa con il suo romanzo più celebre: A Death in the Family. Il lavoro di Agee su Brooklyn è un vero e proprio diario di viaggio letterario, che nasce dal basso, attraverso lo sguardo di un anonimo osservatore che percorre il distretto:  "Su una terra piatta e immensa come il Kansas, orizzonte oltre orizzonte in infinito dispiegarsi, sembra un'incommensurabile proliferazione di casa su casa e strada per strada".
Dalla panoramica che coglie il quartiere nel suo complesso, il narratore procede nel suo vagabondare, dai brownstone oltre il ponte di Brooklyn "quel ponte che si eleva come un Dio", fino alle zone più defilate come Flatbush, Midwood e Sheepshad Bay catturando l'essenza multietnica di quei luoghi. C'è da dire che da quando Agee ha scritto questo testo le cose sono cambiate  - e molto - a Brooklyn. Il processo di gentrificazione ha trasformato la zona, o quantomeno molti suoi quartieri, in luoghi di moda e residenze più o meno lussuose. Il testo però ci aiuta a capire come Manhattan e Brooklyn siano due mondi che, benché confinanti, sembrano appartenere a galassie diverse. A cominciare proprio dal ponte che, con grande acume narrativo, Agee lo descrive come il grande passaggio dalla verticalità di Manhattan alla orizzontalità di Brooklyn e non solo dal punto di vista architettonico, che era ed è evidente, ma anche dal lato umano, se vogliamo sociologico. 
Brooklyn è, nella sua migliore accezione, provinciale, fatta di volti di uomini e donne (all'epoca già due milioni) che di fatto fornivano il "materiale umano" per la scintillante Manhattan pulsante di mille attività ma molti protagonisti della fervente vita quotidiana newyorkese la sera ritornavano, e ritornano, nelle case di Brooklyn. Case, non grattacieli. "A Brooklyn c'è il maggior numero di case di proprietà che in qualsiasi altro distretto; ci sono più bambini per adulto; è una grande cassa di risparmio; ci sono meno divorzi; è di gran lunga la popolazione più docile e stabile che si possa immaginare fuori dall'Inghilterra".
Sono passati decenni dalle parole di Agee, però, e anche il turista occasionale se ne rende conto, quest'aura di vivibilità di Brooklyn rispetto al cuore della Grande Mela permane, così come permangono valide le osservazioni  sulla pericolosità di alcune zone, il tutto narrato realisticamente ma con un tocco poetico che rende questo volume un piccolo gioiello, arricchito dalla prefazione di Jonathan Lethem, scrittore nato a Brooklyn (Chronic City, La Fortezza della Solitudine vd. recensione) e uno degli autori contemporanei più interessanti della scena newyorkese. 

Brooklyn è, James Agee, 64 pp., Il Saggiatore (Milano, 2014)