lunedì 25 luglio 2011

Digressioni # 1: Da New York a Porta Pia... (La Luce sul Lenzuolo)


Vogliate perdonare questo breve "fuori tema" dedicato a Roma.
Il fatto è che ho partecipato all'edizione 2011 del Premio Letterario Coppedè con il racconto "La luce sul lenzuolo" classificandomi al secondo posto nella sezione dedicata al quartiere Porta Pia.
E' un racconto breve, di cento righe, ispirato a un episodio realmente accaduto: la proiezione del primo film a soggetto della cinematografia italiana, La Presa di Roma, girato da Filoteo Alberini nel 1905.
Quella che segue è l'edizione annotata del racconto, realizzata per il lettori del blog :



LA LUCE SUL LENZUOLO
di Francesco Argento

Stava aspettando il tram già da dieci minuti e non capiva il perché di tutto quel fermento. La borsa della spesa adagiata sul selciato, piena delle primizie del signor Arturo, con i ciuffi delle foglie dei carciofi che sbucavano dagli angoli.
Prima di andare ai banchi di Piazza Principe di Napoli (1), passava tutti i giorni, o quasi, davanti a Porta Pia. Le sembrava  un grande teatro all’aperto. 
Non che capisse molto di arte e architettura, ma era bello camminarci dentro, attraversare l’antro maestoso e accogliente per poi, una volta usciti su via XX settembre,  voltarsi lentamente e alzare lo sguardo verso quella specie di grande bacinella da barbiere, con tanto di sapone e asciugamano (2).
Certo che gli artisti sono proprio strani.
Quel giorno però l’ingresso non era accessibile. Chi piantava paletti, chi fissava bulloni, chi allestiva palchi d’onore. Una squadra di operai era impegnata a stendere un enorme lenzuolo al centro della piazza. Poi le venne in mente.
Oggi, 20 settembre 1905, era il trentacinquesimo anniversario della Presa di Roma, glielo aveva detto la portiera ancora prima del buongiorno, ma non capiva cosa c’entrasse quel lenzuolone con i festeggiamenti.
Poteva chiedere a quell’operaio in canottiera che stava fumando una sigaretta, ma forse sarebbe stato sconveniente.
E poi non ce ne fu bisogno. Il giovane colse al volo lo sguardo di lei, anche se appena accennato.
«Venga qui stasera, dopo cena, signorina. Ci sarà una grande sorpresa» disse, chiudendo la frase con un sorriso incorniciato da un paio di baffi curati come quelli di un ufficiale.
Stava riflettendo su come, e soprattutto se, rispondere a quel curioso invito quando lo scampanellio del tram la riportò alla realtà. Erano solo poche  fermate.  Senza la borsa sarebbe anche potuta tornare a piedi,  e comunque il mezzo pubblico era la soluzione migliore per togliersi dall’imbarazzo.
«Arrivederci, signorina» le sembrò di sentire mentre saliva lo scalino del tramvai alla fermata del Piazzale, a pochi metri dai pini di Villa Patrizi (3).
L’ondeggiare della carrozza facilitava lo scorrere dei pensieri.
Erano sei mesi che era a servizio dai signori Zanasi in quel bel condominio di Via Nomentana, e non l’aveva mai invitata nessuno, da nessuna parte.
Non era stato facile sentirsi a proprio agio in quella casa che, nonostante le concessioni fatte agli usi della vita moderna, continuava ad apparirle austera, con un’aria di grandezza da castello medievale. Col tempo, si era assuefatta  all’ordine, al fare sempre le stesse cose alle ore stabilite. L’unica novità del mese era consistita nella confezione delle conserve di frutta.
La signora Teresa, in quei rari momenti di confidenza, le diceva  di star lontana dagli uomini e di dedicarsi al lavoro ma lei non credeva che  fosse un consiglio di vita, piuttosto un avvertimento del tipo «se vuoi lavorare ancora qui niente grilli per la testa».
Olga aveva vent’anni, e prima o poi i grilli avrebbero iniziato a cantare.
Cucinò con l’attenzione di sempre, nonostante avesse la testa altrove. I signori sembravano soddisfatti, soprattutto dei carciofi alla romana, e quindi il momento era quello giusto.
«Posso uscire stasera, signora? So che oggi è mercoledì e il mio giorno di riposo è domani, ma c’è la festa a Porta Pia!».
«Non è una festa, ma una celebrazione» interruppe il marito quasi a rimarcare chi comandava.
 «E proprio per questo diamo il permesso, vero ?» concluse volgendo lo sguardo alla moglie.
Ormai era andata. Sarebbe uscita di sera, da sola, per scoprire la sorpresa annunciata dal giovanotto in canottiera. Prese dall’armadio della sua stanza l’abito da passeggio in raso malva scuro, da lei stessa modificato con merletto meccanico e decori di ciniglia color ciclamino. Era quanto di più elegante avesse nel guardaroba. La robe de promenade, come lo chiamava la signora.
Percorse via Nomentana a passo svelto, cercando di insinuarsi tra famiglie, soldati, studenti, donne elegantissime le cui sete, merletti e fili di perle brillavano sotto la luce dei lampioni.
All’improvviso fu costretta a rallentare, la folla si stava trasformando in calca e andare avanti era pressoché impossibile. Il Piazzale era gremito fino all’inverosimile. Quante persone c’erano? Diecimila? Centomila? Non era in grado di fare una valutazione ma erano sicuramente tantissime, troppe anche per un importante anniversario come quello della Presa di Roma. Doveva esserci un motivo. Un altro motivo.
«Signorina!, Signorina! Allora ce l’ha fatta a venire!» urlò tra la folla il giovanotto.
Si girò di scatto e lo vide, non più in canottiera ma con un bel vestito scuro su un gilet grigio chiaro e sempre con lo stesso, ampio, sorriso sotto i baffi.
«Il mio nome è Edoardo Martini, e in tutto quello che vede c’è anche un po’ del mio lavoro. E, se non sono indiscreto, potrei conoscere il suo?».
«Olga. Olga Mandelli (4) ».
Avrebbe voluto aggiungere qualcosa. Una battuta. Una frase di circostanza. Magari anche tenere un po’ le distanze. Ma non riuscì a dire altro.
«Stasera ci sarà una prima molto speciale e, se permette, la vorrei invitare a sedersi. Io e gli altri tecnici abbiamo alcuni posti riservati per i nostri parenti, ma si da il caso che io sia solo. Sono sedie laterali, ma sarà sempre meglio che stare schiacciati tra la folla».
Era indecisa, i modi del giovane erano cortesi, ma era pur sempre uno sconosciuto.
Certo, restare lì, al buio e in piedi, non è che fosse una valida alternativa e poi, poche scuse, era uscita proprio con la segreta speranza di incontrare il giovanotto. Edoardo.
Dopo una pausa più corta di quanto avrebbe voluto rispose: «La ringrazio, accetto volentieri».
E poi, quasi a far passare in secondo piano il suo assenso, si affrettò ad aggiungere:
«Mi dica, che spettacolo vedremo? Un concerto? Un balletto?».
«No, niente di tutto questo. Stasera c’è il cinematografo. E non un documentario come quelli che proiettano al Moderno di Piazza Esedra. Assisteremo a  una storia, una storia vera. Oggi vedremo il primo film a soggetto mai girato in Italia».
Stava per chiedere di cosa trattasse ma non ne ebbe modo. Da dietro un macchinario un uomo imponente con capelli e baffi bianchi, l’unico senza cravatta tra tutti presenti, annunciò: «Signore e signori, l’attesa è finita. Si dia il via alla prima cinematografica de La Presa di Roma(5) .
Il grande lenzuolo si riempì di luce e la folla passò in un attimo dal brusio al silenzio.
Dopo qualche secondo il bianco lasciò il posto alle immagini della battaglia di Ponte Milvio, al rifiuto della resa del generale pontificio, all’arrivo dei bersaglieri che aprono la breccia ed entrano nell’Urbe sino alla resa di Pio IX, per chiudere con i festeggiamenti delle truppe italiane.
Tutto in dieci minuti. I dieci minuti più incredibili che Olga avesse mai vissuto.
«E’… è… straordinario, un prodigio!» disse Olga dopo il lungo applauso alla fine della proiezione.
«Tutti quei bersaglieri che entrano nella breccia! Che emozione, una scena grandiosa».
 Sul volto di Edoardo riapparve quel sorriso ormai noto.
«Beh, signorina Olga, in realtà tutti quei bersaglieri saranno stati meno di una ventina. Il dottor Filoteo Alberini (6), l’autore della pellicola, mi ha spiegato tutto. I soldati passavano dalla breccia, finivano fuori inquadratura e poi ci ripassavano ancora e così via, dando l’effetto di una truppa numerosa».
Olga, divertita e un po’ contrariata per non esserci arrivata da sola, si sorprese della naturalezza con la quale discorreva con Edoardo.
Il cinema fa bene a chi lo fa e a chi lo guarda.
«Veramente meraviglioso…  ma perché raccontare la guerra? Sarebbe così bello vedere una storia sui sentimenti, una storia d’amore. La vita spesso ci sembra difficile e anche se dentro di noi sappiamo che non è vero a volte c’è bisogno di qualcuno, di qualcosa, che ci racconti la speranza, che ci dia coraggio. E questo cinematografo mi sembra lo possa fare benissimo».
«E’ un’ottima idea, Olga. Un’ottima idea. Ne parlerò al dottor Alberini. Anzi, mi segua, gliene parleremo insieme».


NOTE




[1]  Piazza Principe di Napoli è stato il primo nome dell’attuale Piazza Alessandria, oggi sede del mercato alimentare coperto inaugurato nel 1935.
[2] Il riferimento è alla leggenda che la decorazione sia frutto di uno “scherzo d’artista” voluto da Michelangelo per ricordare l’origine di papa Pio IV, un Medici che non apparteneva alla nota famiglia fiorentina ma che pare discendesse da una famiglia di barbieri milanesi.
[3] Villa Patrizi è oggi sede del Ministero dei Trasporti. La fermata di Porta Pia era uno dei capolinea della rete tramviaria elettrica avviata il 2 settembre 1895 e completata nel 1904 con l’elettrificazione della linea di Ponte Milvio.
[4] Il nome è un omaggio a Olga Mambelli (1885-1959) diva del cinema muto nota col nome d’arte di Hesperia.
[5] Storico. Il film fu realizzato dal “Primo Stabilimento Italiano di manifattura Cinematografica” Alberini & Santoni. Il bollettino pubblicitario dell’epoca recitava: “La Presa di Roma 20 settembre 1870: grande ricostruzione storica in sette quadri. Lunghezza pellicola metri 250, prezzo 500 lire. Questa cinematografia si vende completa.”
[6] Filoteo Alberini (1865-1937) regista e inventore del kinetografo, apparecchio per la ripresa e la proiezione, inventato un anno prima del macchinario dei Fratelli Lumiére, ma brevettato in ritardo a causa di intoppi burocratici con l’allora Ministero dell’Industria e del Commercio.

All the best, Francesco.